"Il Manifesto"... del partito opportunista: indecente il silenzio sulla tortura tecnologica

di Michele Fabiani

 

La violenza della tortura tecnologica ha una peculiarità che la rende terribile: la sua diffusa incredibilità. In pochissimi sono a conoscenza di queste forme di tortura, quasi nessuno crede all’esistenza del controllo mentale e la maggior parte dei “bravi cittadini” ritiene che le armi ad energia esistano solo sui film di fantascienza.
Possiamo semplificare lo scetticismo verso chi denuncia queste violenze in due settori: lo scetticismo in “buona fede” e quello in “malafede”. Naturalmente le due scuole di diffidenti spesso si intrecciano e non è sempre possibile distinguere gli appartenenti dell’uno e dell’altro settore.
Lo scetticismo in buona fede trova le sue ragioni nella stessa mentalità occidentale moderna, in una filosofia che crede nell’indipendenza della mente dalla materia di cui è costituita, che la elegge a qualcosa di superiore, di “disincarnato” rispetto al corpo. Tutti noi nasciamo in questo ambiente culturale e tutti noi troviamo delle enormi difficoltà nel riconosce che il pensiero umano possa essere intercettabile o che il dolore possa essere trasmesso secondo mezzi non palesemente meccanici. 
Questa legittima diffidenza viene smentita da prove talmente evidenti che non riconoscerle richiede, appunto, malafede; da aggiungere inoltre che più è intelligente, colta, informata, progressista la persona che non riconosce tali prove, più è grande la sua malafede. 

Parliamo di un giornale in particolare: Il Manifesto. Il Manifesto è un giornale di sinistra, Il Manifesto è un “quotidiano comunista”, Il Manifesto è un organo di informazione alternativo e progressista.  Perché un giornale come Il Manifesto ha totalmente oscurato la lotta delle vittime delle armi elettroniche e mentali contro i loro carnefici? Perché un giornale come Il Manifesto, che a suo tempo aveva pur scritto qualcosa sul “caso Dorigo”, quando questi si trovava in carcere, oggi che Paolo è fuori e ha delle lastre con evidenti corpi estranei non scrive nulla? Perché un giornale come Il Manifesto non ha parlato del fatto che a Paolo Dorigo venisse negato il diritto all’espatrio? Perché un giornale come Il Manifesto ha trascurato la piccola notizia che se espatriato Dorigo avrebbe potuto estrarre i corpi estranei? Perché un giornale come Il Manifesto non ha scritto nulla sulle quasi quaranta vittime censite dall’AVae-m? Perché un giornale come Il Manifesto non ha scritto nulla sulle loro lastre? Perché un giornale come Il Manifesto non ha trovato interessante dare spazio al caso sollevato dall’ex economo di Montecitorio, Maurizio Bassetti, che ha denunciato pubblicamente persone note (come Napolitano e Bertinotti) e meno note (come Colucci e la sua banda)? Perché un giornale come Il Manifesto non ha ritenuto importante dare la notizia nel momento che questa persona che ha denunciato i suddetti “pezzi grossi” veniva aggredita e spiata? Perché un giornale come Il Manifesto non ha ritenuto importante dire che questo sconosciuto, che però ha fatto sobbalzare mezzo parlamento, denuncia di essere vittima di tortura tecnologica? 

Parliamo di prove: le ammissioni dell’ex presidente USA Bill Clinton sull’esistenza di esperimenti che avevano come finalità il controllo mentale e le pubbliche scuse alle vittime, le decine di lastre con evidenti corpi estranei fotografate nelle scatole craniche (e non solo) di numerose vittime, le analogie di tempi e sviluppi del controllo mentale in tutte le vittime, i referti psichiatrici che dichiarano sane tutte le vittime.
E qui siamo “solo” al controllo mentale. Rivolgiamo per un momento l’attenzione verso le armi ad energia, cosa molto e molto più semplice: esistono pistole ad energia come il Taser che possono essere acquistate pubblicamente in internet, esistono armi usate dall’esercito degli Stati Uniti recentemente in Iraq, è stata pubblicamente diffusa nei giorni scorsi la notizia che l’esercito americano sta sperimentando un grande cannone ad energia per le guerre del futuro. Quest’ultima notizia è finita sui telegiornali e suoi giornali giovedì 25 e venerdì 26 gennaio.

La domanda è banale: perché non sarebbe possibile con strumenti del genere tormentare l’ex economo della Camera dei Deputati per farlo pentire delle sue denunce sui palazzi fatiscenti acquistati a prezzi esorbitanti?
Naturalmente non avrei preteso da Il Manifesto che la sua redazione avesse pubblicamente assunto le posizioni dell’Associazione Vittime armi elettroniche e mentali, ci mancherebbe! Mi sarebbe bastato da un organo di informazione – da qualsiasi organo di informazione! – un trafiletto ogni qual volta una vittima pubblicava le sue incredibili lastre, mi sarei accontentato di articoli decenti durante l’ultimo sciopero della fame di Dorigo, o per lo meno un po’ di squallido scandalismo per le denunce di
Bassetti… almeno quello! Invece no. Perché no? Le prove come detto ci sono. La certezza della possibilità di queste torture è dimostrata dalle ammissioni di Clinton e dagli articoli su tutti i giornali delle sempre più sofisticate armi ad energia. Perché allora gli stessi giornali non parlano delle applicazioni che queste armi possono avere nella vita di tutti i giorni e del fatto che c’è qualcuno che dice di subirne l’uso? 

La risposta è che evidentemente gli organi di informazione o sono ricattati dai signori torturatori o sono loro complici. Il Manifesto in particolare è legato a certi strani personaggi dello Stato, inoltre in questa fase è molto subdolo e strisciante nei confronti del potere e più nettamente del Governo. Vediamo questi aspetti uno ad uno.

LA DIFESA DI POLLARI

Nicolò Pollari è stato fino a poche settimane fa il capo del SISMI, il servizio segreto militare italiano. Il SISMI sotto la sua guida è caduto in una serie di gaffe, di abusi e di illegalità (secondo le stesse norme insane dello Stato), ma egli ne è sempre uscito in piedi poiché non sapeva mai nulla.
Di qui il dilemma che quando il dirigente del SISMI non sa nulla delle porcherie dei suoi sgherri o è un incapace o mente. Ma di questo ho già parlato in un precedente articolo.
La cosa squallida che lega questo losco personaggio a Il Manifesto è una serie di prese di posizione alquanto ambigue da parte di alcuni membri della sinistra e dello stesso “quotidiano comunista”. Ci sono molti documenti, in questo momento ho tra le mani l’intervista di Valentino Parlato, uno dei fondatori del quotidiano, in cui, sul Corriere della Sera del 6 dicembre 2006, difende a spada tratta il boss del SISMI affermando che "Nicolò è stato buttato via come gli eroi ormai inutili". Evidentemente per Parlato sequestrare e torturare una persona non è un crimine abbastanza grave per far decadere un "eroe" e perde ancora di più la sua gravità se c’è il permesso del Governo.
Il signor Pollari in realtà non ha fatto poi una brutta fine, diciamo che se l’è cavata meglio del povero Abu Omar sequestrato e torturato dalla CIA e con la probabile complicità del SISMI. Pollari da parte sua fa il ricco Consigliere di Stato. E’ vero ha un processo in corso, ma anche li se la sta cavando bene: la difesa sostiene che le prove della sua innocenza sono vincolate da Segreto di Stato e quindi egli non può difendersi. Inoltre sembra che il governo stia preparando per l’"eroe" Pollari, come lo definisce Parlato, una legge “ad personam” stile berlusconiano all’interno della riforma dei servizi per salvarlo dal processo, infine si consideri la guerra che il Governo ha dichiarato ai magistrati di Milano che indagano contro l'"eroe" nero Pollari con continue ingerenze del Ministro Mastella e del Consiglio dei Ministri in generale. 
Il fatto che le giustificazione di Pollari per la vergognosa vicenda di Abu Omar sia un Segreto di Stato è una chiara dimostrazione che il Governo, sia quello passato che quello presente, sa e che preferisce nascondere. E Il Manifesto, naturalmente, si schiera con il Governo.

GLI ZERBINI DEL GOVERNO

Il Manifesto, ricordiamo, sta fallendo. Ogni tanto vengono organizzate serate di beneficenza per salvare il giornale e chiaramente aggrapparsi al Governo, ora che i “compagni” sono al potere, è una possibilità che non può essere persa.
Non è un caso che il “quotidiano comunista” abbia perso negli ultimi mesi quel pochissimo spirito critico che gli era rimasto. Ormai le notizie di contestazioni, le continue scissioni e fuoriuscite di compagni nei partiti di governo non fanno più notizia. 
Purtroppo anche noi che denunciamo la tortura tecnologica, che non prendiamo soldi e abbiamo pochi strumenti a disposizione, dobbiamo fare i conti con il fatto che, drammaticamente, temi così terribili per essere divulgati devono comunque riuscire ad entrare negli squallidi calcoli degli opportunisti.
E’ chiaro quindi che se l’ex economo di Montecitorio tira in ballo Napolitano e Bertinotti, Il Manifesto mai darà spazio alle denunce di questa persona, poiché la sopravvivenza economica del giornale dipende in maniera essenziale dal servilismo nei confronti della 1° e della 3° carica di questo maledettissimo Stato. 

DALLA PARTE DELL’ORDINE COSTITUITO

Più in generale il giornalismo opportunista non può fare a meno che schierarsi dalla parte dell’ordine costituito: ovvero dalla parte della “Democrazia”, dalla parte della “Repubblica” dalla parte delle Istituzioni, dalla parte del Parlamento, dalla parte della polizia, dei carabinieri e dell’esercito. La tortura tecnologica è una di quelle brutalità che se dimostrata implica necessariamente l’abbandono e la distruzione dell’intero ordine costituito.
Mi spiego meglio, la tortura tecnologica è un crimine tale che non può essere commesso in un paese democratico, non può ergersi a difesa delle istituzioni, non può essere applicata dai servitori dello Stato. Nel momento che in Italia, paese che rifiuta ufficialmente tortura e pena di morte, ci sono un vero e proprio esercito di torturatori che perseguitano decine, forse centinaia di torturati, li istigano al suicidio, li massacrano con ultrasuoni, è chiaro che il suo proclamato spirito umanitario perde di credibilità. Nel momento che in Italia, ci sono medici, servizi segreti, secondini, esercito e polizia coinvolti nelle torture, il loro proclamato servizio verso i cittadini si rivela in realtà per quello che effettivamente è: un organo repressivo al servizio del potere. Quando poi, addirittura, tali orribili strumenti di violenza vengono usati per proteggere le più alte cariche dello Stato dagli scandali, sono le stesse istituzioni che perdono definitivamente la faccia.
Naturalmente Il Manifesto pur essendo un “quotidiano comunista”, non è un organo rivoluzionario. Il Manifesto, al pari degli altri giornali “di massa”, crede che in Italia esista una sostanziale democrazia, che questa democrazia sia accettabile, che il Governo sia legittimo e che le Istituzioni siano sacre. Il Manifesto, perfettamente in linea con il “politicamente corretto” di sinistra, rappresenta, nella sua redazione e nei suoi lettori, la linea di pensiero dell’intellettuale medio di sinistra, con un reddito decente, una cultura medio-alta, una passione politica che supera l’indifferenza e si dirige verso il progressismo. 
Non rappresenta chiaramente il punto di vista dei popoli in rivolta contro l’imperialismo, nè rappresenta quello dei centinaia di morti ammazzati ogni anno nelle italiche galere; rappresenta solo un poco le opinioni delle popolazioni locali in rivolta contro questo o quello scempio, e se lo fa lo fa perché troppo diffuse sono le rivolte da fare necessariamente notizia. 
In poco parole: se la tortura tecnologica dovesse essere dimostrata e pubblicamente veicolata, se lo Stato che la usa dovesse dunque implodere, le Istituzioni che ne beneficiano necessariamente decadere, Il Manifesto, come la maggior parte dei giornali attualmente in edicola, perderebbe la sua ragione di esistere.  

AMICI SOLO DEI SOLDI

I veri compagni de Il Manifesto sono i soldi. Per non chiudere, ovvero per i soldi, sviolinano al Governo. Pensiamo che la SOLA notizia data da Il Manifesto durante l’ultimo sciopero della fame di Paolo Dorigo è stata data a pagamento. In altre parole Il Manifesto prostituisce le sue pagine al miglior offerente, nella maggior parte dei casi questi è il movimento intellettuale politicamente corretto di sinistra, ma se c’è qualcuno che tira fuori l’assegno non disprezza nuovi compagni.
Quando quindi il capogruppo del PRC al Senato Russo Spena, da sempre (stranamente per la sua posizione di bertinottiano, di votante delle missioni in Libano e Afganistan, e di finanziarie confindustriali e militariste) solidale con Paolo Dorigo ha lanciato il suo appello (che io stesso e molti altri abbiamo firmato) si decise di pagare Il Manifesto per poter vedere quell’appello pubblicato come
inserzione pubblicitaria. Una delle peggiori dimostrazioni di opportunismo. Nel frattempo le torture sono continuate, altre vittime hanno prodotto lastre, sono aumentati i casi censiti dalla loro Associazione, alcune di loro si sono viste convocate dalla polizia per lunghi ed umilianti interrogatori, altre hanno subito tentavi di ricovero coatti, ma tutto nel silenzio più totale. Probabilmente non c’era più nessuno disposto ad acquistare gli articoli. 

QUANDO MANTOVANI PRECISO’SU ANARCOTICO

La maggior parte delle persone che si incontrano per strada, nei luoghi di lavoro, a scuola, nei circoli di partito come nelle manifestazioni anarchiche, nelle assemblee autogestite come nei cinema, non sanno e non hanno mai sentito parlare della tortura tecnologica. Come dicevo all’inizio si potrebbe parlare di una diffidenza in buona fede in questi casi.
Non è la stessa situazione della stampa, dato che è impossibile che i giornalisti non siano a conoscenza che ci sono in Italia decine di persone che denunciano essere vittime di tortura tecnologica, che c’è un uomo come Bassetti che ha denunciato le truffe di Montecitorio o uno come Dorigo che è il primo carcerato in Italia che viene liberato su ordine dell’Europa perché ha subito un processo ingiusto e che denuncia da anni di essere vittima di controllo mentale. 
I giornalisti non possono non sapere. Se inoltre si osserva il processo normale con cui in TV e nei quotidiani si evolvono gli scandali, il sostanziale stallo mediatico della tortura tecnologica appare alquanto innaturale; vi deve essere una forza artificiale che freni il diffondersi di questo scandalo, facendo pressione sui media e usando come leva il potere dello Stato. 
Il Manifesto in particolare segue con molta attenzione il caso Dorigo, o almeno ci sono dei giornalisti
particolarmente interessati. Lo segue talmente bene da leggersi costantemente gli articoli che vengono pubblicati anche su siti internet non particolarmente conosciuti, al di fuori dell’ambiente anarchico e antagonista, come www.anarchaos.it e il vecchio www.anarcotico.net .
Ricordo che Alessandro Mantovani quattro anni fa precisò su anarcotico ad uno dei primi articoli apparsi sul caso Dorigo, il mio primo articolo in assoluto sulla tortura tecnologica e il controllo mentale. Allora io scrivevo ancora su Il Rivoluzionario, una rivista scritta da ragazzini di appena 15 e 16 anni, che usciva in forma cartacea a Spoleto e online prima su anarcotico e poi su anarchaos, rivista che poi si espanse molto con un notevolissimo successo di pubblico e con interventi da tutta
Italia. 
L’articolo si intitolava “Chi ha paura di Paolo Dorigo?”. In esso riepilogavo la sua vicenda e le prove da lui portate, ricordando lo strano fenomeno del suo orecchio che invece di fare 200 hz di acufeni ne segnalava 1000, sottolineando il fatto che ben tre psichiatri lo avevano riconosciuto sano di mente. Allora Paolo si trovava in galera e nella sua vicenda mancavano le più interessanti prove fino ad ora prodotte, ovvero le lastre.  In quell'articolo attaccavo violentemente la stampa, in particolare la stampa di sinistra, come Il Manifesto e Liberazione, per il silenzio sul controllo mentale. Feci diverse citazioni delle parole dell’avvocato Vittorio Trupiano e ce ne fu una in particolare che non piacque a Mantovani, il quale scrisse ad anarcotico e ingiunse, in nome della legge del diritto di replica sulla stampa, il sito e il nostro “mensile di politica e pensieri filosofici” a pubblicare la sua precisazione: Mantovani affermava di non aver mai letto una lettere che Trupiano gli aveva scritto e che noi avevamo pubblicato. 
Questo episodio dimostra che già da almeno quattro anni Il Manifesto conosce il caso Dorigo, non solo da un punto di vista giudiziario, ma anche specificamente sulla questione del controllo mentale. Perché allora tutto questo silenzio? In quattro anni di lezioni su come prevenire il diffondersi della controinformazione sulla tortura tecnologica evidentemente Il Manifesto ne ha ricevute molte.
Quella precisazione di Mantovani è stata infatti un grave errore tattico, costringendo un ragazzo di 16 anni a modificare la sua rivista sconosciuta e dimostrandogli quanto era pericoloso e osservato in certi ambienti il caso Dorigo, spingendomi ad andare avanti in una lotta di cui ora sono orgogliosamente uno dei militanti più impegnato. 
Oggi c’è semplicemente il più assordante silenzio, evidentemente c’è qualche bravo consigliere che invita la stampa ad ignorare certe notizie. E anche se ora Dorigo è libero, le vittime di queste torture si sono moltiplicate, ci sono decine di lastre, sono coinvolte, chi più chi meno direttamente, altissime cariche dello Stato, ora paradossalmente si parla molto di meno di controllo mentale e tortura tecnologica. Ecco ciò che intendo per evoluzione mediatica innaturale riguardo a questo scandalo. 
 
L’OMBRA NERA SULLE LASTRE DI DORIGO

Passiamo alla storia più recente. Voglio ricordare un pessimo episodio avvenuto alla vigilia del presidio organizzato dall’Associazione Vittime armi elettroniche e mentali e dal Coordinamento contro le torture elettroniche e carcerarie sotto il parlamento di regime. 
Pochi giorni prima della nostra storica manifestazione a Montecitorio, una vittima ha avuto una conversazione telefonica con un noto giornalista de Il Manifesto. Per ora, preciso, non posso fare nè il nome della vittima nè quello del giornalista, nel primo caso per rispetto verso una delle persone che ora sono più tormentate da queste “torture democratiche”, nel secondo perché c’è una maledettissima legge (come ogni forma di legge) che me lo impedisce. Non posso essere più chiaro, ma i compagni
più attenti avranno già capito di chi sto parlando.  In sostanza questo noto giornalista de Il Manifesto,
invitato dalla vittima a partecipare al presidio e a scrivere qualcosa su di esso, declinò l’invito esprimendosi con le seguenti testuali parole: "Fin quando Dorigo era in carcere e sussisteva la contraddizione tra le leggi italiane, per le quali egli era un terrorista, e le norme europee, che lo reputavano innocente allora aveva una ragione parlare del suo caso". Le posizioni del “quotidiano comunista” sono chiare e non meritano commenti, solo disgusto. ATTENZIONE: " A noi non ci è mai importato nulla della tortura tecnologica, eravamo e siamo interessati solo al caso giudiziario. Io, personalmente, ritengo che nelle lastre di Dorigo ci sia un’ombra nera"

Di quale ombra nera parla il noto giornalista? E’ una figura retorica o si tratta di un’ombra fisica, un’irregolarità delle lastre? Non ci è dato saperlo. Preciso che io sono venuto a conoscenza di questa
dichiarazione, amichevole e informale, solo pochi minuti dopo che essa è stata pronunciata. Ho tenuto il segreto per tutto questo tempo, non ne ho parlato neanche con lo stesso Dorigo, al quale chiedo scusa, ma sono certo che un giorno verranno chiarite le ragioni di questa attesa. La mia reazione immediata è stata di ira, ho detto alla vittima che la presenza di questi personaggi non era gradita alla manifestazione e che se fossero venuti, allora era meglio che restassi a casa io, poiché avevo intenzione di spaccargli la faccia e avrei rovinato tutto. 
Ora che le acque sono più calme è venuto il momento di scrivere tutte queste cose. Adesso tocca alla stampa di regime giustificare come ha fatto a tacere sulle lotte contro la tortura tecnologica, malgrado l’enorme rilevanza che esse hanno nella vita di questa società. Soprattutto invitiamo i torturatori e i loro complici ad avere paura, perché la verità sembra ogni giorno sempre più vicina.