Attenzione. Secondo informazioni dirette forniteci dalla Vittima di torture tecnologiche permanenti, Caso censito n.38, http://www.associazionevittimearmielettroniche-mentali.org/Caso38-Spiegazione.htm la persona di cui parla l’articolo qui riprodotto è a conoscenza di sistemi di controllo tramite iniezione di isotopi radioattivi sin da quando Lei aveva 11 anni.
Nel nostro sito avevamo indicato con richiesta di spiegazioni sulle sue ricerche, questo signor De Kerckhove, sin da oltre un anno fa, senza risposta alcuna. Oggi la pubblicità di Repubblica.
Da: Repubblica Dweb http://dweb.repubblica.it/dweb/2007/05/19/attualita/attualita/099mas54999.html
Mercoledì, 5 Novembre 2008
Il grande cervello
Immaginare il futuro "tecno"
della mente umana, studiare un'intelligenza connettiva nell'era di Google e
YouTube. Così Derrick de Kerckhove si dimostra il vero erede di Marshall
McLuhan
di Giuliano Aluffi
Foto di L. Cendamo/G. Neri
Foto di T. Brummett/Corbis
Foto di Getty
Foto di A. Brookes/SPL/G. Neri
Immagina il futuro. Immagina di pensare "al di fuori della tua
testa", di condividere le tue percezioni ed emozioni col mondo intero.
Immagina una connessione diretta tra computer e cervello. Immagina di essere al
tempo stesso un essere umano e un neurone di una grande intelligenza
connettiva, che disegna pensieri elettrici intrecciandosi sul pianeta alla
velocità della luce. Immagina di registrare tutto quello che vedi. E di poterlo
scambiare con altri. Non c'è bisogno di sforzarsi troppo. C'è chi ha già
pensato a quasi tutto questo, a cominciare da quale sarà l'effetto della
tecnologia sulle nostre menti e sulle nostre vite. È un signore dall'aria mite
e divertita, e si esprime in un buon italiano reso frizzante dalla cadenza
francofona, sfoggiando capacità affabulatoria pari solo al suo eclettismo. Si
chiama Derrick de Kerckhove, è direttore del Programma McLuhan in Cultura e
Tecnologia all'università di Toronto ed è stato allievo e collaboratore del
maestro della massmediologia, diventandone il suo erede intellettuale. A
proposito di McLuhan, dice: "Dodici anni fa mi divertivo a completare la
sua frase "La fotocopiatrice ci rende tutti editori" aggiungendo "...e
Internet ci rende tutti produttori televisivi". Già dall'esordio de
Kerckhove tiene fede alla sua fama di visionario tecnologico. E che dire di chi
si ritrova produttore e attore televisivo suo malgrado? Oggi chiunque scivoli
su una buccia di banana per strada rischia di essere visto e deriso, appena
qualche ora dopo, da milioni di persone in tutto il mondo collegate a YouTube.
"La nostra vita quotidiana è per molti versi una rappresentazione, come
diceva Erving Goffman, e Shakespeare prima di lui", replica de Kerckhove.
"Quello che oggi è cambiato radicalmente, grazie a YouTube e simili, è il
numero dei potenziali spettatori di questo spettacolo. Possiamo pensare a
YouTube, e anche a tutta la Rete, come a un occhio universale che dà il polso
del mondo in un preciso momento. Un'emozione collettiva che si sviluppa alla
velocità della luce intorno alla Terra. YouTube è un catalizzatore di
sentimenti che non hanno un vero produttore, ma emergono spontaneamente e su
scala globale di fronte a un piccolo fatto come a un video divertente".
Quali sono gli effetti di questo cambiamento per l'individuo? "Oggi siamo
davvero tutti capaci di essere famosi per quindici minuti, come diceva Warhol.
Ma questo è un problema. Per citare McLuhan: più si sa su di te, e meno esisti.
Le preoccupazioni sulla privacy sono sempre più attuali: non siamo mai stati,
come oggi, privati e pubblici al tempo stesso. L'immagine pubblica di una
persona, con i mezzi tecnologici di oggi, ha molte più possibilità di emergere
rispetto al passato. Nel bene e nel male. Basta pensare alla quantità di
riferimenti su Google esistenti per quasi ogni persona, e reperibili da
chiunque 24 ore su 24". "Il rischio è quello di uno spossessamento
della persona. Di una sottrazione di personalità. Possiamo temere l'invasione
nella privacy con il proliferare delle banche dati, che memorizzano ciò che
siamo o facciamo, grazie alcontinuo, incontrollato viaggio attorno al mondo di
informazioni che ci riguardano. Pensiamo a nazioni dove l'adesione alla
tecnologia è fideistica, totalizzante, come la Corea del Sud. Lì i sensori a
radiofrequenze sono così diffusi che spesso l'ambiente "sa dove sei",
e si organizza per offrirti le cose che "pensa" che tu possa
desiderare. È ciò che si definisce "Near Field Communication". Una
tecnologia di connettività wireless che presenta offerte personalizzate quando
il potenziale cliente si avvicina al negozio, proprio come succede nel racconto
di Philiph Dick, poi diventato un film di Steven Spielberg, Minority Report.
Questo è da temere: perdere il controllo sulla nostra privacy e sulla nostra
condizione interna, quel controllo che ci è dato per esempio dal libro, dalla
scrittura, dal potere che abbiamo sul linguaggio". Perché è diventato
importante leggere? "La lettura è la condizione della nostra identità
privata, il controllo sul nostro destino. Non è la televisione. È il potere sul
linguaggio. Chi legge acquista potere sul linguaggio, chi guarda solo la
televisione lo perde: l'informazione tv è un collage di pezzi d'informazione di
cui abbiamo bisogno sul momento, ma non successivamente. Ciò che ci serve per
crescere, invece, è un'informazione che dura, continua, che prende forma dentro
di noi: abbiamo bisogno della lettura. Il passaggio dal linguaggio all'immagine
non è un passaggio positivo per la libertà individuale. Se si perde il rapporto
con la lettura, evapora anche l'identità". L'immagine minaccia l'identità?
Vengono in mente quei nativi americani che temevano che una fotografia potesse
rubare la loro anima. "È un pensiero quanto mai attuale!", risponde
de Kerckhove, sorridendo. "Paradossalmente, più andiamo avanti con la
tecnologia, più sembrano riprendere forza i vecchi miti. Ricordo l'esperimento
compiuto anni fa per rigenerare parte del Dna di una mummia. In un certo senso,
significava farla rivivere. E cosa c'è di diverso dall'idea degli antichi
egizi? Significa avverare di fatto la loro credenza della vita dopo la
morte". Continua lo studioso: "La tecnologia ora ha il potere di dare
vita al mito, e pensare che fino a poco tempo fa ne sembrava l'antitesi.
Inoltre ha il potere di sintetizzare incredibilmente l'esperienza umana. Pren-
diamo il telefonino: in pochi centimetri e grammi racchiude la concentrazione
massima di tutta la storia della comunicazione umana: ha in sé la voce, il
testo scritto, la fotografia, l'immagine in movimento e anche tutte le loro
combinazioni reciproche". Rappresentata così, la tecnologia sembra
qualcosa di cui ormai non possiamo più fare a meno. Si può pensare a McLuhan e
al suo celebre "il mezzo è il messaggio". Tutti i nostri messaggi,
ossia la comunicazione con i nostri simili, sono davvero determinati dai mezzi,
dalla tecnologia? "Il determinismo tecnologico suggerito da McLuhan è un
fatto: non possiamo evitare di essere, in un modo o nell'altro, tecnologizzati.
Già solo il fatto che siamo capaci di leggere, significa che, inevitabilmente,
lo siamo. La tecnologia impone di volta in volta un nuovo tipo di controllo
psicologico, epistemologico, sociale. E puntualmente, ogni volta che questo
potere diventa concreto, alla società si richiede uno sforzo di maturazione
etica che permetta di passare a una dimensione successiva, più evoluta. Oggi
non possiamo evitare l'elettricità: è il cuore dell'era attuale, il paradigma
che domina la nostra epoca". Parafrasando Benedetto Croce, oggi non
possiamo non dirci elettrici? "Proprio così. Siamo passati dall'era
dominata dalla scrittura all'era dominata dall'elettricità, di cui il digitale
è l'ultima for- ma. Abbiamo sviluppato nuove estensioni delle nostre capacità
sensoriali, come il mouse: con questo strumento possiamo, letteralmente,
toccare e manipolare le idee che portiamo fuori di noi e mettiamo sullo
schermo. Siamo ormai morfologicamente adatti all'era elettrica, ma non abbiamo
ancora trovato un'etica perfettamente adatta per questo tempo: abbiamo abbozzi
etici come il politically correct, l'ecologismo. Ma siamo ancora in cammino
verso l'etica che ci è richiesta dal tempo in cui attualmente viviamo".
Come si evolverà il nostro rapporto con la tecnologia? "Rispondo prendendo
spunto da Alias, una compagnia di Toronto che ha curato gli effetti digitali di
Robocop e Terminator. Hanno creato un sistema per cui, se si prendono una
fotografia e uno o due riferimenti di taglia comparativa, si può creare
un'immagine tridimensionale. Ossia si ottiene, attraver- so un software, ciò
che nella vita reale accade all'interno della nostra mente: si può ricostruire
la spazialità partendo da quello che vediamo". Continua poi de Kerckove.
"Io credo che il futuro ci vedrà sempre di più costruire senso al di fuori
della nostra testa. La tecnologia fa e farà sempre di più emergere un
immaginario oggettivo, che possiamo condividere, diverso da quello soggettivo e
privato. Pensi a Don Chisciotte che, leggendo tutti i suoi libri, immagina un
mondo che non esiste. La sua realtà virtuale è dentro la sua testa. Noi siamo
l'inverso di Don Chisciotte: la nostra virtualità, grazie a Internet, ormai è
uscita da noi e ci permette di "essere virtuali insieme agli altri".
Basti pensare a Second Life, un immaginario che è diventato assolutamente
oggettivo, condiviso, accessibile". Vede altri elementi di questo futuro
caratterizzato dalla condivisione? "Un'altra caratteristica di rilievo può
essere considerata la videocamera sull'occhio, ossia poter condividere un'esperienza
finora personalissima come il punto di vista: scambiare la mia esperienza con
quella di un altro, vivere quelle di persone diverse. Questo faceva già parte
di un particolare progetto del dipartimento tecnologico della Difesa
statunitense. È il cosiddetto life-log: una macchina in grado di registrare
tutti i secondi della nostra vita, per rivederli a piacere. Oggi almeno tre
grandi aziende americane ci stanno lavorando. Immaginate un club di incontri
dove le persone, per conoscersi davvero, possono scambiarsi le proprie
esperienze, vissute in prima persona e registrate attraverso una videocamera
oculare. Suggestivo, no?". Cosa possiamo fare per camminare insieme alla
tecnologia, invece di rincorrerla? "Dobbiamo condividere il più possibile
con gli altri i nostri saperi e le nostre esperienze. YouTube, l'enciclopedia
gratuita e collettiva Wikipedia, il mondo alternativo di Second Life, la
community fotografica di Flickr sono tutti esempi di collaborazione più o meno
anonima e - soprattutto spontanea - di migliaia di persone alla co-creazione di
un'opera comune. O alla soluzione condivisa di un problema comune".
"Collaborare su Internet ha una forte rilevanza di aggregazione sociale. È
il nuovo modo di sentirci accomunati agli altri nella costruzione di qualcosa.
Nella realizzazione di un senso del mondo. La dimensione cognitiva della Rete
crea sempre di più situazioni innovative, e permette di usare le risorse
creative di ciascuno adattandole sempre di più al problema da risolvere.
Connettendoci tutti, diventando veri e propri neuroni digitali, generiamo un
valore aggiunto incredibilmente superiore alla somma delle parti. Il
Cyberspazio è simile allo spazio mentale: entrambi sono dotati di memoria e
hanno meccanismi di ricerca, recupero e visualizzazione". McLuhan diceva:
"Quando siamo al telefono, o in radio, o in tv, non abbiamo più un corpo
fisico: siamo solo immagini nell'aria. Esseri disincarnati". Ma questo
pensiero si può estendere a Internet, seguendo un certo tipo di romanticismo
cyberpunk? "Preferisco pensare che il virtuale debba ancorarsi saldamente
al reale. Soprattutto se parliamo di comunità come quelle che si creano su
Internet. È quello che chiamo il principio di materialità: rendere virtuale ciò
che è umano crea uno spazio che deve essere riempito di senso fisico, di
interazioni personali. In fondo, i corpi sono ancor oggi i più formidabili
elaboratori di informazioni". Derrick de Kerckhove ci saluta così, con
quest'auspicio per una tecnologia che ci porti là dove ancora non siamo. Una
tecnologia che ci lasci la possibilità di spegnere l'interruttore per qualche
attimo. Per sentire ancora il respiro del mondo.
Il primo divo del villaggio globale È stato il massmediologo più influente del
Ventesimo secolo. Intellettuale e divo, Herbert Marshall McLuhan - canadese
nato a Edmonton nel 1911 - rappresentò uno shock nella vita culturale degli
anni Sessanta, sia per i suoi concetti arditi, sia per la capacità di creare
consenso al di là dei confini accademici. Si laureò in lingua e letteratura
inglese a Cambridge e iniziò la carriera di docente nel 1936 alla Wisconsin
University. Tornato in Canada, insegnò all'università di Toronto. Qui, tra il
1972 e il 1980, anno della morte, ebbe Derrick de Kerckhove come assistente,
traduttore e coautore. La volontà di rottura con i precedenti teorici della
comunicazione è esemplare nel suo aforisma più famoso: "Il mezzo è il
messaggio". È il 1964 e in cinque parole fa piazza pulita di tutto quanto
è stato detto fino ad allora sulla comunicazione. Sono i media, non i contenuti
che hanno il potere di agire sulle percezioni umane, e di riconfigurare la
realtà. La sua definizione di "media" comprende qualsiasi realtà che
estenda le facoltà della mente, del corpo o dei sensi. McLuhan individua tre grandi
rivoluzioni culturali. Se con l'alfabeto fu la vista a prevalere sulle capacità
sensoriali tipiche dell'uomo tribale (l'udito, il tatto, l'olfatto), l'avvento
della stampa a caratteri mobili ci ha proiettato nella "Galassia
Gutenberg". La stampa esalta ancora di più l'individualità umana, e pone
le basi culturali per la Rivoluzione Industriale. Il passo successivo è il
telegrafo, primo di quei media elettrici che renderanno possibile il villaggio
globale. Ma è la televisione il mezzo più importante per la sua diffusione e
per l'impatto sullo spettatore. McLuhan non perse mai occasione per giocare con
le sue stesse definizioni. Fulminante la risposta con cui liquidò una domanda
sulle sue teorie: "Non voglio fingere di averle capite davvero: in fondo i
miei scritti sono molto difficili". Fino alla sua trasformazione in
"divo pop": nel 1977 fece una breve apparizione in Io e Annie di
Woody Allen, interpretando se stesso in una delle scene più esilaranti del
film.
Premi Nobel mummie e Dna Ricostruire il Dna di organismi vissuti in un passato
molto lontano è un sogno scientifico che nasce prima del 1990, anno in cui
Crichton pubblica Jurassic Park. È il 1984 quando, alla University of
California di Berkeley, i biochimici Allan Wilson e Russell Higuchi estraggono
Dna dalla pelle di un esemplare da museo di quagga, un equino parente della
zebra e del cavallo, che si è estinto verso la fine del 1800. Nel 1985, Higuchi
recupera e studia materiale genetico dai resti di un mammuth di 40mila anni fa,
mentre Svante Paabo, biologo molecolare dell'università di Uppsala, rivolge la
sua attenzione all'antico Egitto. Isola frammenti di Dna da una mummia vecchia
di oltre 2.400 anni e li clona: è il primo caso conosciuto di ricostruzione
genetica di materiale umano. "È stato importante, ma non un miracolo: ho
riportato in vita una parte del corredo genetico di quella mummia", spiega
Paabo, oggi direttore del dipartimento di biologia dell'evoluzione al Max
Planck Institute di Lipsia. "Da allora i risultati più importanti sono stati
la rigenerazione di una piccola parte del genoma dell'uomo di Neanderthal, nel
1997, e la nostra recente dimostrazione che ciò è possibile su larga scala:
presto avremo accesso al suo genoma completo, così come oggi conosciamo quelli
dell'uomo e dello scimpanzè". Ma come è possibile estrarre il Dna di una
mummia? L'esperimento è diventato realtà grazie alla cosiddetta PCR (reazione a
catena della polimerasi), una tecnica ideata nel 1983 da Kary Mullis, che gli
valse il premio Nobel per la chimica. La PCR permette di moltiplicare i
frammenti di Dna per produrne quantità sufficienti a essere analizzate. Uno dei
problemi tipici degli studi sugli esseri vissuti migliaia di anni fa è proprio
la ridottissima quantità di materiale genetico in buono stato: le principali cause
esterne di degrado del Dna nei fossili sono l'acqua e l'ossigeno. I soggetti
ideali per il recupero del materiale genetico antico sono quei corpi che sono
stati disidratati rapidamente (particolarità che caratterizza le mummie) e che
si sono conservati in assenza di ossigeno, per esempio nell'ambra.