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E.C.
Lettera
aperta alla società civile
31
maggio 2006
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alla pagina con il testo di P.Dorigo e V.Trupiano in difesa di E.C. e con gli articoli sulla sua protesta del 21 febbraio 2006 a
Pescara
Mi
chiamo E.C. .
Ho
38 anni di cui la maggior parte trascorsi nella città di Pescara dove i miei
genitori ormai morti, si sono trasferiti a vivere quando ero bambina
.
Sono
tornata a vivere in Abruzzo dagli inizi del mese di dicembre del 2005 , dopo
aver abitato durante i due anni precedenti in una città del nord- est
dell’Italia .
Per
rendermi immediatamente riconoscibile, poiché ritengo che il mio cognome non vi
sia noto, mi identifico come la persona che negli ultimi mesi è stata sottoposta
in modo incessante alla campagna di diffamazione a mezzo “stampa“, per così
dire, con le modalità che sono a voi ben note .
Anche
se tale lettera sarà inviata ai rappresentanti dei diversi settori della
società, istituzionale, religioso ed associativo della città di Pescara,
suppongo che l’attività di calunnia nei miei confronti abbia avuto estensione
ben più vasta, poiché ho avuto modo di provare gli effetti di tali modalità di
comunicazione indirettamente, ma in modo del tutto concreto, dai comportamenti
abnormi, derisori e volgari che perfetti sconosciuti hanno tenuto nei miei
confronti durante i miei spostamenti che hanno interessato diverse regioni
italiane .
Comunque
gran parte dell’attività di chi sta attuando tali modalità d’azione si è
concentrata sulla città di Pescara e in zone limitrofe della costa adriatica
poiché qui ho trascorso la maggior parte del tempo negli ultimi mesi
.
Penso
che molte delle persone che vivono in tali luoghi e che giornalmente ho avuto
modo di incontrare, siano del tutto consapevoli dei poteri coinvolti grazie alle
potenzialità così ampiamente esibite .
In
data 21/02/2006, ho effettuato una manifestazione di protesta nel pieno centro
di Pescara per cercare di mettermi
in contatto con settori “positivi”della comunità
pescarese
e tentare di far giungere all’opinione pubblica il mio punto di vista sulla
vicenda
.
Il
mezzo utilizzato, quello di stendere uno striscione in pieno C.so Umberto, mi è
sembrato adatto allo scopo di attirare l’attenzione in modo vistoso, diffondendo
per circa due ore dei contenuti e
delle informazioni a chi, lo hanno fatto in molti, si fosse fermato a leggerlo,
attuando nel contempo una forma di protesta dai modi e dai comportamenti civili
anche se originali .
Purtroppo
nella lotta che mi oppone ad autori dai poteri smisurati, ogni qual volta riesco
ad ottenere un buon risultato coloro che mi stanno perseguitando con modi così
volgari , violenti ed ossessivi, oltre che del tutto illegali, cercano con le
successive azioni di ribaltare il margine positivo di consenso da me ottenuto
.
Anche
se il giorno seguente le edizioni locali di quotidiani nazionali hanno riportato
una versione dei fatti tutto sommato accettabile nel contesto della situazione,
si sarebbero comportati più seriamente da un punto di vista professionale se, al
termine della manifestazione o in altri incontri ai quali mi sono mostrata
disponibile, mi avessero dedicato un po’del tempo e dell’attenzione che invece
sono stati completamente usurpati dalla parte avversa
.
Basti
pensare che in uno degli articoli si faceva riferimento a delle motivazioni per
la protesta poco chiare, senza che il giornalista presente quel pomeriggio
avesse avuto il benché minimo colloquio con me mentre ha attentamente ascoltato
una signora casualmente presente, collega di mio padre, la quale, nel momento in
cui ne ricordava la memoria, offendeva me e la mia famiglia riportando dal suo
punto di vista fatti ed avvenimenti del passato che poco hanno a che vedere con
gli eventi che mi hanno condotto alla protesta in quanto verificatisi dopo la
morte dei miei genitori .
Pettegolezzi
infantili e comportamenti provinciali per luoghi che “provincia”non sono nella
disposizione di intenti di chi sta costruendo le mie vicende nell’ottica di un
vasto progetto sociale i cui significati vanno ben aldilà dell’esistenza di un
singolo individuo .
Ad
ogni modo, prima di tentare di delineare un quadro d’insieme in cui inserire i
pur distorti frammenti di realtà riportati negli articoli, é necessario chiarire
che l’attribuzione di patologie psichiatriche passate o presenti, fra cui
tendenze depressive (in un caso si è fatto riferimento a “tanti suicidi mancati
“ che non si sono mai verificati !?) è diffamatoria e truffaldina, frutto del
bisogno continuo di chi mi si oppone in questa lotta di deligittimare le mie
capacità intellettuali ed il contenuto di informazioni scottanti di cui la mia
persona è portatrice .
Non
sono affetta quindi, da alcun “disagio sociale” il cui solo accenno è una ben
ironica beffa per una persona che è stata ed è sottoposta ad una così clamorosa
campagna di “pubblica” diffamazione .
Nel
periodo seguente, ho avviato dei contatti con persone che denunciavano simili
peculiari esperienze nella persona di Paolo Dorigo e dell’Associazione Vittime
armi elettroniche e mentali
(www.associazionevittimearmielettroniche-mentali.org)
.
Ho
avuto modo di confrontarmi sulle mie vicende personalmente con lui e
telefonicamente con altre persone la cui localizzazione copre l’intero
territorio nazionale : in pochi mesi di informale attività, nonostante l’aperto
ostracismo di tutti i mezzi di comunicazione, i soggetti che si riconoscono come
vittime di trattamenti inumani e degradanti nell’ ambito dell’ associazione sono
circa una ventina .
Il
loro numero è in crescita .
Ho
pensato a lungo sul modo in cui avrei potuto affrontare, in una lettera, temi
così delicati per il loro contenuto di violenza iperbolica e dai contenuti
scientifici elevati dei quali l’opinione pubblica italiana, in ritardo rispetto
a quella internazionale come peraltro accade per tematiche ben più leggere di
queste, è in gran parte all’oscuro .
Il
mio proposito di attuare una forma di comunicazione è reso tanto più difficile
dal fatto che mi trovo a dover affrontare determinati argomenti con persone che
sono state, con diversa intensità, influenzate dall’altrui attività che tenta di
normalizzare verità e realtà orrende, ridicolizzando argomenti che al contrario
possono solo essere definiti tragici .
Ho
letto libri di natura diversa alla ricerca di una risposta alle reazioni degli
esseri umani che mi è capitato di “incrociare” a vario titolo in questi mesi,
trovando incomprensibile l’aderenza acritica e feroce nel suo cieco conformismo,
al “linciaggio“ a cui sono sottoposta : non penso che si possa qualificare in
altro modo quanto sto subendo .
Mi
sembra interessante citare la seguente riflessione tratta da un libro dal titolo
significativo “Modernità e Olocausto” e cioè che “quando sono costrette a
confrontarsi con conoscenze percepite come disturbanti, le persone cercano di
difendersi adottando persino vere e proprie strategie di immunizzazione
cognitiva” .
Le
storie come la mia, singolari rispetto ad altri vissuti di violenza per i loro
peculiari caratteri di illegalità ed abuso, provocano, quindi, forti reazioni di
rimozione .
Utilizzo
il termine nell’accezione che penso sia entrata nell’uso comune, priva di
qualunque
sovrastruttura intellettualistica che sarebbe del tutto fuori luogo nell’ambito
della
volgare ignoranza con cui sono giornalmente attaccata
.
Riflettendo,
dunque, su come possa essere affrontato il nodo centrale della negazione nel
momento in cui tento con le modeste forze di una persona isolata e così
duramente provata sul piano psicofisico, di comunicare le mie posizioni a delle
forze civili e positive che penso debbano necessariamente esistere nella
comunità in cui sto vivendo quest’esperienza, ho deciso di unire alla lettera
due testimonianze di natura molto diversa ma dal mio punto di vista
significative nella trattazione dell’ argomento .
Nel
primo caso si tratta di una copia del libro “La Tortura nel Bel Paese” frutto di
una ricerca a cura di Romano Nobile, presidente dell’Ares, Agenzia Ricerca
economico-sociale .
Nell’ambito
dell’analisi del fenomeno “tortura” che nel nostro paese é praticata in modo
molto maggiore di quanto si possa comunemente pensare perché misconosciute ed
ambigue le modalità di esecuzione, vengono riportate le interviste di due
appartenenti all’associazione : Paolo Dorigo e Maurizio Bassetti
.
Il
testo che è dedicato al primo dei due si intitola in maniera laconicamente
significativa
“un
microchip in testa“.
L’incredulità
degli scettici che, nella migliore delle ipotesi si esprime con un omertoso
silenzio, ma, molto più frequentemente, con una criminosa, irresponsabile
derisione, non può addurre alcuna auto-giustificazione di fronte alla brutale
realtà che anche profani in campo medico possono desumere dalla visione delle
lastre ottenute con varie metodiche da Paolo Dorigo e da altre persone della
associazione .
Infatti
queste evidenziano la presenza nella testa e talora in altre zone del corpo, di
corpi estranei che non trovano alcuna spiegazione da un punto di vista anatomico
e/o fisiologico .
La
seconda testimonianza è costituita dalla versione integrale dell’opinione n° 20
dello Ege, Gruppo europeo di etica nell’ambito delle nuove tecnologie che è
interamente dedicato agli aspetti etici degli ICT (Information and communication
technologies)
implants
all’interno del corpo umano .
Da
questa lettura si deduce in modo evidente che gli esperti sono del tutto
consapevoli delle potenzialità aberranti che determinate tecnologie possiedono
non solo in un divenire futuro ma anche nelle attuali possibili applicazioni
.
Per
entrare nel merito della mia vicenda personale e dell’abuso tecnologico che
viene
commesso
nei miei confronti, ricordo che nello striscione di protesta avevo fatto cenno a
delle “voci”, insulti molto volgari che da mesi mi venivano fatti ascoltare in
continuazione (di recente il “disturbo“ è aumentato in complessità con degli
effetti ancora più intensi ) .
Ho
potuto verificare attraverso la lettura o tramite dei contatti personali che, in
tali abnormi situazioni, la consapevolezza di quanto sta accadendo passa
attraverso un iniziale rifiuto a cui seguono una progressiva comprensione
attraverso l’esperienza e il confronto fra la realtà dei fatti, sconvolgente e
non immaginabile senza un’esperienza diretta di ciò che i propri sensi ed il
proprio intelletto percepiscono, ed i dati che si ottengono leggendo i resoconti
di altri che in precedenza hanno avuto la particolare “sorte“ di incontrare nel
loro destino tale espressione della follia e della malvagità umana
.
Anch’io
infatti, ho attraversato la fase in cui, inizialmente, ho attribuito i miei
disturbi
“uditivi”
alla presenza di microfoni o altre apparecchiature all’interno della mia
abitazione .
Tale
spiegazione mi appare assai ingenua nel momento in cui, dopo varie letture ,
sono
giunta
alla conclusione che esistano attualmente infiniti strumenti tecnologici per
produrre infiniti effetti di tortura sul corpo umano che qualcuno ha saggiamente
definito “bianca” perché consiste fondamentalmente di un attacco portato
all’interno dell’ecosistema mentale di un essere umano che ad un primo approccio
sembra meno individuabile e definibile di quelle tradizionali
.
L’assenza
di quegli elementi che l’immaginario collettivo associa tradizionalmente al
concetto di tortura, lo spargimento di sangue, le percosse, le mutilazioni,
potrebbero indurre a non riconoscere il potenziale di violenza sconvolgente
implicito nella tortura invisibile del terzo millennio
.
Al
contrario ritengo che le psicotecnologie con il ricorso a mezzi elettronici ed
informatici
e
a conoscenze neurofisiologiche sempre più evolute possano ottenere dei risultati
di controllo e distruzione di un organismo di molto superiori ad armi e metodi
convenzionali proprio in quanto, paradossalmente, possono essere praticate per
anni prima di condurre a morte un individuo .
Mi
sembra molto probabile che, nel mio caso, tali procedure siano attuate mediante
l’inserimento nel mio organismo di una minuscola apparecchiatura elettronica
.
L’accertamento
mediante esami medici di tale verità, sempre molto difficile, oltre che dalle
tecnologie sempre più sofisticate e dalle caratteristiche spesso ignote al
pubblico, è ulteriormente complicato dall’enorme pressione che può essere
“applicata” a livello sociale nei confronti di alcune delle persone coinvolte
(come avviene per me), e comporta influenze più o meno intimidatorie di varia
natura .
L’ottenimento
di un’appropriata documentazione medica non comporta nell’opinione pubblica
l’effetto che il buon senso farebbe supporre in quanto, come ho potuto
constatare, dopo la prima fase di sconcerto e di negazione del problema, nel
momento di una iniziale presa di coscienza, non subentra la rabbia e lo sdegno
per una aberrazione del genere .
Probabilmente
i meccanismi di rimozione già citati, impedendo di accettare in piena
consapevolezza l’amara effettività che in un paese occidentale che si dice
democratico, si possano perpetrare illegalità e violenze inaudite con il
silenzio di tutti i garanti dei diritti civili, parti politiche e magistratura,
conducono alla ricerca di una giustificazione che ferisce profondamente le
persone soggette a tortura in quanto, non dovrebbe essere necessario ricordarlo,
non ne esiste alcuna .
Chi
gestisce la trama della follia nella mia vita come in quella di altri soggetti,
si presta di buon grado a queste pratiche di reperimento di schermi di menzogna
per coscienze vacillanti.
Nel
mio caso, come peraltro è consuetudine di tali prassi operative che sono
tipicamente costituite di attività occulte, sotto copertura per così dire, sia
all’interno dell’organismo che nell’ambiente sociale, sia di pratiche visibili
cartina di tornasole delle prime, da anni vengono diffuse o meglio sarebbe dire
costruite di sana pianta, vaste architetture di calunnie riguardanti i miei
comportamenti sociali .
Durante
la campagna diffamatoria che vi ha visto come così partecipi destinatari, sono
state fatte circolare, probabilmente con degli mms, delle immagini illegalmente
ottenute durante una relazione sentimentale che si è verificata durante il corso
dei miei studi universitari (in una città che non è quella indicata per errore
dal giornalista del Messaggero nell’articolo del 22/02/2006)
.
Come
ho scritto in una delle mie denunce, negli ultimi tre anni della mia vita, anche
se l’inizio reale delle mie vicende risale ad un arco di tempo molto superiore, le straordinarie forze attive
nella mia vita, hanno lavorato all’artefatta edificazione di una devianza
sociale e di una malattia mentale che sono del tutto inesistenti con l’obiettivo
di colpire una persona che aveva dato “fastidio” per le sue caratteristiche
intellettuali e morali in determinati ambienti culturali e scientifici
.
La
vicenda dei filmati di natura sessuale solo se inquadrata nell’esatto ed
originario contesto, acquisisce il suo reale significato
.
Sono
stati un mezzo per operare isolamento e discredito sociale nell’ambito di un
progetto le cui modalità operative e finalità sono ben più ampie e gravi di un
più comune fenomeno di mobbing a cui a prima vista potrebbe essere rapportato
.
Con
lo stesso intento di calunnia, é stata perfino utilizzata una vicenda medica
protrattasi per diversi anni, senza che ve ne fosse il benché minimo fondamento
in quanto riguardava le strutture ossee del mio organismo e le cure che mi sono
state praticate .
Consapevole
delle sue caratteristiche di complessità, ho ponderato a lungo l’opportunità che
una persona esposta in modo così violento alla morbosa attenzione dell’opinione
pubblica, fornisca di sua iniziativa ulteriori informazioni che potrebbero
suonare come giustificazioni
rabberciate nel quadro di una campagna diffamatoria
.
Infatti
ho già avuto la possibilità di constatare che anche le argomentazioni più valide
possono essere capziosamente manipolate e stravolte tanto più se gli eventuali
interlocutori, giornalisti o altre persone a vario titolo coinvolte, non sono
dotati di solidi presupposti culturali per poter correttamente valutare
determinate vicende .
Ho
deciso quindi di mettere a disposizione di eventuali auditori della mia storia
intenzionati a superare le “mistificazioni” di facciata, un testo che tratta la
forma di medicina che per molti anni mi ha seguito, ossia l’osteopatia
cranio-sacrale.
Più
approfondite considerazioni in merito al libro troveranno una più adeguata
collocazione nel sito dedicato alla documentazione ed agli approfondimenti in
merito alla mia vicenda cui si potrà accedere dalla pagina a me dedicata nei
siti dell’associazione (www.associazionevittimearmielettroniche-mentali.org e
www.avae-m.org ) .
Ritornando
al filo del discorso, penso di aver resistito con grande forza ad un progetto di
distruzione che nel mondo occidentale, pacificato e senza guerre conclamate, ha
già
condotto
alla morte un elevato numero di persone .
Basti
pensare che è stato realizzato un accurato lavoro di isolamento sociale su scala
sempre
più vasta che mi ha condotto nella città del nord-est d’Italia in cui ho
trascorso gli ultimi due anni della mia vita, ad un’esistenza da reclusa in una
vera e propria cella d’isolamento : la mia abitazione
.
Sintomatico
di tale atteggiamento sociale di ignoranza e di condizionamento, è, negli ultimi
mesi del mio ritorno in Abruzzo, il comportamento di mio fratello che dopo aver
dichiarato ai giornalisti di avermi seguito nel mio peregrinare in giro per
l’Italia, non ha avuto con me quasi nessun contatto
.
Aspetto
tragico che si riscontra nelle vicende similari alla mia, è la mancanza di
strutture familiari o la fragilità di quelle esistenti che non sembrano disporre
di quegli strumenti culturali ed intellettuali che consentono ai torturati
l’evoluzione necessaria alla presa di coscienza del problema, primo fondamentale
passo per un tentativo di resistenza e
difesa
.
Gli
ambiti parentali, al contrario, sembrano essere facilmente influenzabili
dall’attività di
copertura
che fornisce alibi del tutto pretestuosi per tali pratiche, esponendo i soggetti
ad incomprensioni, solitudine ed ulteriore sofferenza psichica derivante dalla
percezione
di
sentirsi incompresi proprio dalle persone più vicine che, se fossero fattuali
sostegni, impedirebbero probabilmente parabole di gravità sempre maggiore
.
Il
dato eloquente che su 9 casi femminili attualmente noti all’associazione, 8
siano
costituiti
da donne che non hanno relazioni, evidenzia che vengono scelti di preferenza
individui “soli” in quanto nell’attuale regressione e scomparsa di forme di
interazione e protezione sociale, soltanto le più intime relazioni possono
costituire una qualche difesa nei confronti di fenomeni del genere
.
Inoltre
ritengo che la “persecuzione” di persone di sesso femminile sia ulteriormente
aggravata dai connotati di un profondo odio misogino che sono chiaramente
presenti nei poteri in questione .
Le
motivazioni per la mia vicenda sono molteplici e complesse perché nel tempo si
sono accresciute ed intersecate fra loro .
Alla
base vi sono sicuramente i percorsi seguiti dal nostro paese negli ultimi anni
:
laddove
sono stati costruite a tavolino la corruzione e la mediocrità, le persone dotate
di un limpido spirito critico non hanno potuto che scatenare emozioni forti ed
irose .
Soprattutto
se hanno incontrato quei poteri socio-economici che a livello locale forse in
modo ancora più intenso che su scala nazionale, hanno la possibilità di decidere
la vita di una persona facendo ricorso a determinati bracci operativi la cui
natura potete facilmente intuire perché li avete visti all’opera negli ultimi
mesi .
Nel
momento in cui si entra in contatto con gli ambienti che costituiscono la parte
esecutiva, l’esistenza di normali persone che forse non sono in possesso di
informazioni neanche così sostanziali, viene stravolta da un accanimento
persistente e duraturo (nei
riferimenti
stranieri di lingua inglese si utilizza la locuzione stalking con un’accezione di
quest’ultimo termine ben più ampia e socio-politica del limitato significato
italiano) che appare folle e privo di senso solo a coloro che non ne vedono l’
utilizzo con lo scopo di ottenere un intenso condizionamento sul piano sociale
.
Infatti
rendendo pubblico nel modo più ampio possibile il calvario di distruzione, di
implosione poiché i soggetti coinvolti sono “smantellati“ dall’interno
del loro sistema nervoso, la cosa più sacra ed inviolabile che un essere umano
ha, con le energie economiche e di altro tipo utilizzate per colpire un singolo
individuo, si ottiene il consenso nei confronti di un sistema di violenza,
illegalità, e corruzione da parte di centinaia, migliaia di altre persone
.
Un
consenso sempre strenuamente conformista che talora, nei casi migliori, è
impaurito e ripiegato ma molto più spesso è di un’incosciente, criminale
irresponsabilità, immemore di quanto avvenuto in altri luoghi e periodi storici
.
Vorrei
riuscire a rendere partecipi i lettori di questo testo della mia ferma
convinzione che le reali vittime dell’orrido teatrino messo in piedi attorno
alla mia persona, siano gli spettatori che in vario modo e a vario titolo stanno
partecipando al mio linciaggio, in quanto senza che nei loro confronti si
facesse ricorso a dei meccanismi di coercizione, hanno accettato di derogare a
qualsiasi elementare principio di moralità, legalità, umana partecipazione o
forse anche solo di buon senso e di capacità di discernimento, semplicemente
assistendo allo psicodramma collettivo di un cittadino così duramente colpito
dall’autorità costituita .
Nell’ottica
dell’utilizzo sociale dell’impianto di dispositivi elettronici nell’organismo di
un cittadino italiano, soltanto il venir meno di una qualsiasi capacità
intellettuale può infatti condurre a considerare plausibili, anche solo per un
breve momento, improbabili giustificazioni in merito a motivazioni neurologiche
o psichiatriche .
In
base all’esperienza da me vissuta fino a questo momento, penso che
l’introduzione di un dispositivo elettronico all’interno di un essere umano, a
sua insaputa, per produrre non solo banalmente suoni e “voci” che ad ogni modo
sono insulti e minacce, ma una vastissima gamma di disturbi, non sono altro che
moderne armi utilizzate in un processo di annientamento dei residui di dissenso
costituiti, aldilà di qualunquistiche classificazioni politiche svuotate di ogni
significato, dalle persone pensanti, nelle proprie possibilità intellettuali e
morali .
Infatti
negli ambienti in cui tali vicende sono scaturite, aveva un significato sociale
colpire pubblicamente una persona che, come mi è stato detto , faceva critiche o
aveva capito troppo : probabilmente erano le possibilità empatiche di valutare
le strutture intellettuali che avevo di fronte a suscitare timori in un momento
storico in cui tutti i poteri economici , apparentemente sfrontati nella loro
solidità monetaria , sembrano adirati di un narcisismo infantile nei confronti
di chi li intuisce nudi nella loro reali caratteristiche
.
Successivamente
mi sono spostata nella città del nord-Italia che è stata il teatro della maggior
parte degli avvenimenti, per scappare agli inizi visibili della poi sempre più
manifesta “persecuzione”.
Pongo
volutamente il termine fra virgolette a sottolineare che il reperimento nei
tentativi
di
esternare tali vicende di indizi di tendenze maniacali, non è altro che un
logoro cappello per il pubblico di ciò che viene praticato di nascosto negli
organismi dei torturati .
Questi
devono essere persone dalle caratteristiche psico-fisiche fuori dall’ordinario e
per tale motivo scelti oltre che per le caratteristiche intellettuali e
culturali : infatti sopportano per anni sofferenze realmente indescrivibili
.
Si
tratta infatti di una specie di resistenti che qualcuno vorrebbe dare in via di
estinzione per negare che, al contrario, nonostante le vistose intimidazioni che
sconfinano nel
plagio,
è in continuo aumento il numero dei casi segnalati per vie spesso sotterranee a
Paolo Dorigo o a pochi onesti operatori del settore medico che, pur non avendo
poi il coraggio di esporsi pubblicamente, non possono coscientemente riconoscere
patologie di natura fisica o psichica in ciò che osservano
.
Sulla
base di quanto sopra esposto, non penso che possa sussistere, se non in modo
marginale, un’ipotesi di ricerca scientifica, non fosse altro che le
applicazioni sarebbero nel campo delle tecniche di condizionamento e controllo,
ben lontane da eventuali scopi “benefici” eventualmente propagandati, e che
esistono circa cinquanta anni di sperimentazioni condotte in modo concorrenziale
nei due blocchi della ex guerra fredda .
Questo
aspetto del tutto sconosciuto per le mie precedenti esperienze di vita , è
diventato chiaro nella città che sopra ho citato dove la mia vicenda si è
svincolata dagli aspetti individuali e nelle mani esperte di persone del braccio
operativo, è stata utilizzata per inviare un forte messaggio di obbedienza in un
ambito in cui venivano disseminati ad arte focolai di degrado poi imputati ad
extracomunitari che non ne avevano la responsabilità perché non detenevano il
potere necessario ad una tale azione .
Purtroppo,
dal mio punto di vista, l’impatto sulla città di Pescara è stato devastante
,
perché
pur essendovi un clima più “rilassato” (almeno in apparenza), è venuto a mancare
quello spessore sociale o politico che avrebbe permesso di non confondere una
“cosa” orrenda con una specie di grande fratello balneare
.
Tra
l’altro, nonostante siano stati attuati tentativi in tal senso, non è stato
possibile trovare uno spazio che mostrasse la disponibilità alla presentazione
del libro già citato che ha condotto Paolo Dorigo in un giro dell’Italia (di 19
tappe nel momento in cui scrivo) che, dal nostro punto di vista è un baluardo,
circoscritto nei numeri, solidissimo nella sensibile partecipazione, della
libertà di espressione nel nostro paese .
Dopo
aver utilizzato quasi una decina di pagine di scritto per comunicare ai lettori
la natura dell’episodio di massa che si sta verificando, una laica, che ha fatto
dell’onestà e della coerenza intellettuale le compagne imprescindibili di una
vita solitaria per violenza altrui, prende umilmente in prestito le parole
pronunciate dal vescovo della diocesi di Pescara durante il recente periodo
pasquale e affida alla croce non se stessa che come altre persone in Italia sta
subendo la peggiore tortura possibile perché la più misconosciuta, ma la
cosiddetta “società civile“ a cui mi sono rivolta all’inizio di questo scritto
.
Purtroppo
in moltissimi luoghi d’Italia non sembrano esservi molte tracce della sua
eticità o semplicemente della sua esistenza .
Grazie
E.C.
info@eleonoracavagnuolo.org